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La competizione come mezzo educativo del giovane praticante l'atletica leggera
(tratto da Atletica Studi 2007/2 per gentile concessione di Carlo Vittori)

Argomento che alcuni addetti (dirigenti soprattutto) soltanto, e molto pochi in vero, ben conoscono, ma ignoto, oscuro, e disatteso, però, dai più, tanto da creare gravi danni alle generazioni rappresentanti il futuro delle fasce alte di qualificazione nazionale ed internazionale.
Queste le perniciose conseguenze di un programma di competizione quale l'attuale Campionato di Società organizzato per le fasce giovanili, che non funge da incentivo per stimolare ed esaltare l'impegno convinto dei giovani. Questo, al contrario dovrebbe essere l'obiettivo di sostanza di una azione complessa, tendente a creare le migliorai condizioni per consentire ai giovani di “partorire” le loro potenzialità. Giacché “educare” vuol dire "trarre fuori" il massimo, certo, da quei giovani fortemente motivati a conoscere a fondo se stessi, tramite il manifestarsi dei loro comportamenti (condizioni preliminari, queste, che non possono prescindere da una partecipazione attenta e consapevole da interprete, pensante ed intelligente, degli insegnamenti a protagonista critico dei conseguenti atteggiamenti.
Condotta da radicare in memorie solide che il giovane deve trasportarsi negli anni, per acquisire progressivamente una sempre maggiore e migliore autonomia ed un più ampio ed esteso campo di conoscenze motorie che sono effetto e causa dell'evoluzione, sviluppo e crescita delle prestazioni e della sua maturità. Rappresenta questo il cammino che l'educatore-allenatore deve percorrere con il suo atleta, il primo, per approntare una azione educative sempre più adeguata alle realtà attitudinali del giovane, il secondo, per impegnarsi,  stimolato dalle pressante curiosità di conoscere se stesso ed i confini delle sue risorse caratteriali, temperamentali, intellettive, fisiche e psichiche, con le ultime di gran lunga più importanti, da scoprire e dirigere, giacché influiscono grandemente sia sugli impegni del training sia sulla prestazione.
Il giovane, non traducendo in gare le evidenti conquiste dell’allenamento, comprenderà facilmente, se saggiamente ed adeguatamente condotto dall'allenatore a riflettere, la natura delle sue carenze e miserie, finirà ben presto di convincersi della necessità d'intervenire a correggerle, per non frustrare quanto di buono e di produttivo ha costruito in allenamento, invece di rivolgersi, come spesso accade, a motivazioni improprie per giustificare, senza coinvolgersi, le sue controprestazioni.
Questo è lo scopo educativo delle competizioni, poiché soltanto in questi frangenti di importanti esami e confronti con se stesso scattano le forti emozioni che, traducendosi in stati di eccitazione, esaltano la funzionalità di tutti i processi che enfatizzano le capacità prestative, qualora, contemporaneamente, si esalti la fredda e lucida capacità di gestirle.

Me se malauguratamente quelle emozioni portano il giovane ad uno stato di inibizione conseguente ad un eventuale rapporto conflittuale con la competizione, allora è impossibile non cadere in comportamenti del valore men che mediocre.
Ecco, quindi, la competizione, evento importante ed impegnativo che riassume quanto vissuto con convinta partecipazione e responsabilità in allenamento, fungere da cartina di tornasole degli umori caratteriali e temperamentali, da essa stimolati, da un lato, e che essa esaltano o deprimono dall’altro a seconda di come il complesso psico-umorale del giovane è stato predisposto.
La capacità di vivere con equilibrata e realistica convinzione la propria condizione e capacità, utilizzando al massimo lo stato di eccitazione, conseguente al tumulto ormonale, come moltiplicatore delle energie, in funzione prestativa, rappresenta quanto di più esaltante e gratificante il giovane ed il suo "educatore-allenatore" possono augurarsi per coronare di successo la loro collaborazione. Ed allora se questo è il senso ed il valore della competizione, elemento prezioso per la evoluzione del giovane non solo nello sport ma anche nella vita, soltanto al giovane deve giovare, piuttosto che diventare, con strane formule di Campionato di squadra o altri improduttivi ibridi, mezzo di soddisfazione e vanto di egoismi dirigenziali, con la conquista di titoli che nulla di buono producono all'atletica ma in compenso determinano il dissolvimento della qualità delle classifiche giovanili.
Necessita, quindi, rivedere le attuali incentivazioni per trovarne di nuove che concilino, prima di tutto, le esigenze educative di una attività che costruisca il futuro dei giovani gestendo con saggezza e cautela il presente, ma nel contempo agevolare, limitando e perché no, riducendo gli impegni finanziari del Club di reclutamento che su poche e scarse risorse possono contare.
Cosa, quest'ultima, difficile se non impossibile da ottemperare qualora per approntare tutte le specialità di un Campionato a squadre come l’attuale, necessitano almeno 4/5 allenatori specializzati, almeno che non si debba, per forza di bilanci miseri, ripiegare su un solo o massimo due tecnici, che coprano, in questo caso alla meno peggio, tutte le specialità della squadra, quando non capita, e ciò accade molto spesso, di chiedere ad uno o due atleti di cimentarsi in specialità diverse dalle proprie e niente affatto ad essi congeniali, soltanto per tappare buchi di presenze che penalizzerebbero le classifiche. Tutto questo maltrattando le esigenze del sistema educativo e frustrando le aspettative dei tecnici e degli atleti.

Carlo Vittori



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